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storia locale (7)

Martedì, 08 Giugno 2010 10:44

Scavi archeologici in Chiunsano

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Tratto da "Archeologia Viva" (Maggio 1993)

Con la scoperta di una sepoltura ostrogota si è conclusa la terza campagna di scavo condotta da Hermann Bùsing, dell'Università di Bochum, nel territorio rivierasco del Po tra Gaiba e Ficarolo, in provincia di Rovigo. Nel 1990 le ricerche si erano concentrate in località La Vela, portando alla luce le tracce delle fondamenta di un'abitazione e altre testimonianze d'epoca romana. Nell'anno successivo alcune trincee di scavo eseguite nel fondo Chiesazza avevano permesso di individuare una necropoli databile al V - VI secolo d.C. e il recupero d'altre trenta sepolture.

Le conoscenze archeologiche dell'area rivierasca del Po, tra Ficarolo e Gaiba, fino a pochi anni fa erano circoscritte ai ritrovamenti di Chiunsano e ai corredi funebri delle tombe a cremazione a Bassantina. E forse oggi di più non si saprebbe, se non fosse entrato in gioco l'interesse di un appassionato locale che ha sensibilmente contribuito a prospettare un quadro, ben preciso e documentato, della distribuzione insediativa in età antica, offrendo anche elementi utili all'organizzazione di future ricerche. Si tratta di Carlo Palazzi, noto nella fascia rivierasca altopolesana per la sua particolare passione per l'archeologia. Di stimolo sono state anche le occasioni che gli venivano offerte dalle sue battute di caccia, quando nei periodi autunnali ed invernali percorreva i campi arati alla ricerca, più che di selvaggina, di frammenti di vasi, di monete, di tessere musive e quant'altro affiorasse in superficie a testimonianza di antiche presenze dell'uomo. Ma fra le molte tracce archeologiche recuperate, emergono certamente quelle di Chiunsano, per merito anche di quanto raccolto da un altro appassionato, Claudio Leis.

Chiunsano era già stato oggetto di ricerche agli inizi del secolo, quando nel 1904 vi furono eseguiti alcuni scavi che portarono alla luce resti di costruzioni, frammenti di vasi fittili e vetro, oggetti di bronzo e osso, oltre che numerose monete (da Vespasiano a Galerio Massimiano). Ma si deve giungere al 1968 per avere altre informazioni archeologiche, con la scoperta occasionale in località Bassantina (Ficarolo) di tre tombe a cremazione del tipo "a cassetta", riferibili al I secolo d.C.. Il loro corredo funebre era rappresentato da vasellame di vetro e terracotta, tra cui un elegante bicchiere fittile invetriato. Il luogo di Chiunsano ritornò nel 1982 ad essere interessato da scavi archeologici, quando per interventi agricoli furono individuate le prime tracce di una necropoli. Le ricerche portarono alla scoperta di trentuno tombe ad inumazione di epoca altomedievale, distribuite nel contesto di un'area insediativa romana. Ora si prospetta la necessità di una programmata ricerca, soprattutto alla luce di quanto Carlo Palazzi è riuscito ad inviduare in anni di continue ricognizioni, senza trascurare il fatto che la maggior concentrazione dei siti archeologici è distribuita lungo una secondaria via d'acqua ancora parzialmente "viva" che in cartografie storiche è ricordata con il nome di Chiunsano, dalla stessa località che fino ad oggi ha restituito, per l'area in esame, i materiali archeologici più significativi. E non deve essere sottovalutato il fatto che questa fascia rivierasca del Po, per quanto legata a complesse vicende idrografiche, offre elementi tali da confermare una particolare continuità insediativa che abbraccia un arco di tempo compreso tra il II secolo a.C. e il VI secolo d.C.

Il grande fondo di Chiunsano presenta a nord un campo di forma ovale circondato da fossatelli, un "gorgo", che spicca ben evidente all'interno della suddivione rettilinea dei terreni. Nel secolo scorso vi vennero raccolte molte monete, alcune delle quali d'argento e d'oro, ed altri oggetti e ancor oggi una grande quantità di cocci affiora sulle sua superficie. Qui, in corrispondenza del margine meridionale del "gorgo", è stata aperta una trincea e si è avuta l'opportunità di verificare le vecchie notizie con il ritrovamento di monete in bronzo. Nella parte settentrionale dello scavo di Chiunsano si sono rinvenuti i resti di un insediamento artigianale dove per un lungo tempo si lavorò il ferro. Scorie metalliche sono venute alla luce sopra e sotto le fondazioni degli ambienti di lavoro: concentrazioni di ceneri rosse ed i forni stessi stavano a diretto contatto dei muri. Si sono ritrovati molti frammenti di ceramica e vetro ed anche tre anfore conficcate nel terreno, private della parte superiore per servire da catini. Tutti i reperti indicano la prima metà del I secolo d.C. quale periodo di attività dell'officina. Molto più tardi, quando essa aveva cessato di esistere da almeno due secoli, vi vennero sepolti due individui, presso i quali abbiamo rinvenuto un piccolo bronzo, moneta spicciola della tarda antichità. Piccoli saggi praticati sotto il livello dei muri hanno concordemente mostrato come negli strati sedimentari di colore verdastro ricorrano continuamente frammenti di anfore, laterizi e ceramica, insieme ad ossa di grandi animali domestici come mucche e cavalli, che documentano un'intensa utilizzazione del dito da parte dei romani. Riguardo alla ceramica fine degli strati inferiori, ci ha colpito particolarmente la presenza di ceramica a vernice nera di età augustea, ultima imitazione dei modelli greco-etruschi. Il ritrovamento ha analogie con i risultati degli scavi del 1982: è evidente che l'insediamento nella zona venne preceduto da opere di innalzamento e spianamento nel tardo I secolo a.C. Il nuovo terreno così ottenuto fu dapprima utilizzato a scopi agricoli e poi come sede abitativa.

Accanto all'officina si estendeva un cortile o uno spiazzo lungo 10 m. in leggera discesa verso sud, il cui piano di calpestio era costituito da una massicciata di frammenti di tegole, anfore e ossa di animali, all'interno della quale si trovavano sparse numerose monete di bronzo emesse da Augusto e da Tiberio, aghi d'osso da cucito e da ornamento, ganci ed altri oggetti. Nella parte meridionale dello scalo sono emersi i reperti più sorprendenti. Dapprima è stata trovata sotto un mucchio di tegole in caduta una piccola stadera di bronzo completa di peso di piombo, catenina e ganci, di un tipo molto diffuso a Pompei tra I e II secolo d.C. Parallelamente all'odierno scavo scorreva anche nell'antichità una canaletta, che si interrava continuamente e che alla fine venne sostituita da una in muratura. Quest'ultima era rivestita di un intonaco rossiccio, in cui erano inserite tessere musive bianche e nere. Ci si è poi imbattuti in una piccola anfora integra contenuta in una più grande con la parte superiore tagliata: la prima ipotesi, che si trattasse dei resti di una sepoltura, non trova conferma; comunque, sul fondo dell'anfora maggiore giacevano quattro monete di Tiberio.

Tratto da "RELAZIONE SUGLI SCAVI Di Ficarolo/Gaiba" (Estate 1996)

1. Organizzazione ed esposizione

Gli scavi in località Chiunsano si sono tenuti, quest'anno, nel periodo compreso tra il 22 luglio ed il 31 agosto. Il permesso di scavo da parte del Ministero per i Beni Culturali è datato 26 Giugno 1996 e quello del proprietario del terreno 20 Aprile 1996. La campagna di scavo è stata possibile solamente grazie ad un intervento della Fondazione Alfried Krupp von Bohlen und Halbach. Ai lavori diretti dal Prof. Dr. Hermann Bùsing (scavi) e dalla Dr.essa Andrea Bùsing-Kolbe (reperti), hanno partecipato, per ognuno dei due turni, 12 studenti dell'Università di Bochum e una studentessa di Lipsia. Inoltre sono intervenuti volontari di Rovigo, Salara ed altre località.

2. Scavi

La sezione di 200 metri quadrati è localizzabile tra le aree ispezionate negli anni 1992 e 1995; in questa zona le misurazioni geomagnetiche del Dr. Sandro Veronese avevano evidenziato diverse anomalie. Durante gli scavi tali anomalie si sono rivelate come focolari. Tali irregolarità sono riconducibili all'epoca precedente l'edificazione della struttura abitativa che veniva alla luce in quei giorni, nella zona a Nord: una sala di circa 5 metri per 3 che, a settentrione e meridione, è accompagnata da un'ala. Nell'ala settentrionale è stata rinvenuta una grande pietra di trachite, posta su uno zoccolo murato di circa 50 centimetri. Le anfore spaccate, ad ovest, dimostrano che l'edificio termina con il muro occidentale riportato che l'edificio termina con il muro occidentale riportato alla luce. Il muro orientale continua sull'ala settentrionale e prosegue in direzione Nord e viene, in parte, coperto da una superficie impermeabile in cocciopesto, sul quale si sono mantenute due colonne ipocauste, tipiche di un bagno romano. Tale piastra dimostra che ci troviamo in una abitazione. Nel 1992 portammo alla luce una zona adibita ad officine, nel 1995 parte di un magazzino, senza sapere dove localizzare l'area della signorile villa rustica. Con gli scavi del 1996 si sono rivelate le strutture di tale edificio. Ciò è supportato dall'inizio di una serie di colonne nella sezione meridionale degli scavi , le quali si dispongono, da occidente ad oriente, ad una distanza assiale di 3 metri e 20 centimetri e si dispongono, relativamente al muro orientale, ad angolo retto. Le colonne sono di mattoni modellati: di esse si sono salvati tre strati. Sorprendentemente, nella seconda e terza colonna, c'è stato un intervento riparativo e s'è usato uno scapo quadrato. Di tale scapo sono rimasti due strati. Tra la seconda e la terza colonna, al livello dello scapo quadrato, sono state rinvenute due coppe Aco, riferibili al periodo di Augusto o Tiberio: inizi, perciò, del primo secolo d.C.

3. Risultati

Diversi muri mostrano segni d'intervento dopo danni causati da alluvioni. I muri settentrionali sono maggiormente sprofondati nel terreno molle ed instabile. Nel momento dell'intervento s'è agito costruendo nuove fondamenta sui muri sprofondati e, in quattro posti, s'è ricorso a contraffissi, senza rinforzare direttamente la costruzione o la base delle fondamenta. Quando si costruì la piastra impermeabile del bagno il lastricato era già sprofondato, da nord a sud, di mezzo metro. Probabilmente la piastra ricoprì il selciato: essa è stata tagliata e preparato un nuovo orlo/bordo sul cocciopesto. Tali danni sono di estremo interesse per la vita nella regione alluvionale del Po, ciò dimostra lo scontro continuo con le forze naturali. Nell'attuale campagna di continuo con le forze naturali. Nell'attuale campagna di scavo le testimonianze di tali catastrofi sono registrabili nello spazio-tempo, molto esiguo, della durata di due generazioni. Tutti i piccoli reperti ed i tipi di ceramica, comprese le anfore, appartengono al primo secolo a.C. e alla prima metà del primo d.C. Tra le 33 monete, almeno 5 sono del periodo repubblicano. Al di fuori del selciato appena nominato ed appartenente ad una precedente fase edificatoria e la piastra impermeabile del bagno (riferibile ad una fase edile successiva), non sono venuti alla luce in questa campagna di scavi, pavimenti o livelli camminativi. Caratteristica è la situazione nella sezione relativa alla sequenza delle colonne: le colonne furono poste ed innalzate, con o senza piattaforma, direttamente sul terreno argilloso; tra le colonne non c'era una pavimentazione consolidata o rafforzata, solamente argilla. Lo stesso deve essere stato per il livello camminativo negli spazi interni: ciò è deducibile dal fatto che i muri ci sono arrivati per un'altezza che arriva a tre strati. Nelle vicinanze nella prima colonna, dove si sono rinvenuti diversi focolari, tali camini sono all'altezza dello spigolo inferiore della piattaforma. Altri focolari, soprattutto la grande piastra di terra nell'ala meridionale ed il forno a cupola nell'ala settentrionale, appartengono al periodo precedente l'edificazione dell'abitazione e dimostrano che la zona era già utilizzata. In diversi posti abbiamo scavato sotto i muri, sino a un metro al di sotto del livello di scavo, senza imbatterci in costruzioni precedenti. D'altra parte diverso materiale da costruzione (ad eccezione dei mattoni per le colonne e le colonne ipocauste) viene riutilizzato e preso da costruzioni più antiche. Perciò a Chiunsano, deve esserci ancora una località con un'antica o originaria costruzione, edificata con nuovo materiale. Nell'ultima campagna di scavo non ci sono stati spettacolari ritrovamenti, come fu il caso della Dama di Ficarolo nell'anno 1992. Interessante è, però, il gruppo di vasellame in ceramica nera augustea che ripropone o copia la ceramica greco-campana del quinto e quarto secolo a.C., un genere che non si trova spesso. Come nelle campagne precedenti il ritrovamento di molto vasellame difettoso rimanda ad una fabbrica ubicata nelle vicinanze.

Le numerose coppe del tipo Sarius, alcune coppe Aco e vetro colorato dimostrano la richezza dell'antico proprietario nel periodo augusteo. I reperti più belli dello scavo sono una quasi completa anforetta di terra sigillata (altezza 19 cm-larghezza 19 cm), una piccola lampada sferica di bronzo e bellissime immagini di/su lampade romane di ceramica.

LA DAMA DI CHIUSANO
Assolutamente sensazionale è risultato il ritrovamento di quel 2 settembre 1991, penultimo giorno della terza campagna di scavi condotta da Hermann Bùsing, dell'Università di Bochum, nel territorio rivierasco del Po tra Gaiba e Ficarolo, in provincia di Rovigo. Deposto sulla massicciata romana stava lo scheletro intatto di una donna risalente all'epoca delle invasioni barbariche e databile intorno al 500 d.c., con ricchi gioielli d'argento, anche dorato.

Alla mano sinistra portava un anello con granati almandini, all'avambraccio sinistro un'armilla d'argento e tra i capelli un lungo spillone. Non sono stati trovati nella loro posizione originale gli ornamenti della veste, cioè la bella fibbia da cintura e la fibula: la prima, decorata da nove granati almandini e dorata, stava presso il ginocchio sinistro, la seconda tra i piedi. Questo fa pensare ad una parziale spoliazione della salma poco tempo dopo la sepoltura.

La "dama di Chiunsano" era un'ostrogota, i cui gioielli furono in parte apprestati ancor prima della sua migrazione verso l'Italia. Del popolo di Teodorico il Grande, che arrivò in Italia con centomila uomini nell'anno 489, sono state finora rinvenute meno di cinquanta sepolture femminili (gli uomini venivano invece deposti senza corredo e sono riconoscibili come ostrogoti solo per la vicinanza con tombe femminili, oppure per mezzo di analisi antropologiche). Quindi non è solo l'eccezionale eleganza dei gioielli, ma anche e soprattutto la grande rarità di ritrovamenti simili che conferiscono alla sepoltura un posto di rango nella storia del Polesine. Si tratta infatti della prima tomba barbarica di questa provincia. Nulla, prima dello scavo, faceva presumere un rinvenimento così clamoroso, del tutto inaspettato per gli scavatori stessi, anche se si deve osservare che il sepolcreto di Chiesazza, distante poche centinaia di metri, appartiene alla stessa epoca della "dama di Chiunsano". Se si trattasse di uomini della medesima stirpe oppure di autoctoni lo potranno dire solo ricerche antropologiche. Nel frattempo è emerso che un impugnatura di coltello, di osso intagliato, con l'iscrizione "VIVAS IN D[EO]" rinvenuta anni fa su un campo di Chiunsano, appartiene al medesimo contesto storico.

I saggi archeologici nei comuni di Ficarolo e Gaiba nelle prime campagne hanno già aperto ampi squarci sulla storia insediativa della zona e dimostrano l'esistenza di una continuità di vita dall'età romana all'alto Medioevo: per gli uomini del sepolcreto di Chiesazza gli strati romani erano raggiungibili, se non altro, come terreno di riempimento; quanto alla "dama di Chiunsano", giaceva direttamente sulla massicciata augustea. Forse nelle prossime campagne si riuscirà a portare alla luce la parte abitativa dell'insediamento romano, a cui apparteneva l'officina, e quindi a chiarire come gli invasori ostrogoti si fossero acquartierati nelle ville rustiche romane del Polesine. I ritrovamenti di superficie sparsi per il territorio fanno infatti intendere che in questo comprensorio altopolesano non esistesse in età romana un centro urbano, bensì singole ville dotate di impianti produttivi, dalle quali alcune dovevano essere ancora abitabili all'arrivo degli Ostrogoti.

Hermann Bùsing Simonetta Bonomi Raffaele Peretto

Tratto da "Archeologia Viva" del Maggio 1993

Martedì, 08 Giugno 2010 10:37

San Giuseppe

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CHIESA ARCIPRETALE DI SAN GIUSEPPE

I Marchesi Fiaschi fecero erigere due Oratori in Gaiba: uno all'interno delle mura della propria villa nel 1700, un altro più antico su via San Lorenzo, a distanza di circa 300 m. dalle mura. Questo costruito nel 1500, evidentemente per la cura delle anime dei contadini al loro servizio, fu eretto orientato verso ovest, sulla via che portava al Monastero di San Lorenzo. Il piazzale di fronte all'Oratorio era delimitato dalla via che conduceva al Po. La storia dell'Oratorio che diventerà poi la chiesa Arcipretale, può essere ricostruita, curiosamente, attraverso la lettura dei resoconti di viaggio dei vari prelati in visita religiosa.

L'Oratorio fu visitato dal Vicario Maremonti il 6 luglio 1574 e nella sua relazionesi legge di una chiesa povera e malridotta che necessita di candelieri nuovi, priva addirittura di regolare altare, dotata di una piccola campana a corda esterna(quindi non c'era campanile), senza vetrate e dal pavimento sconnesso. E' gestita dal cappellano francescano Domenico Cardinale dipendente dell'Arcipretale di Ficarolo. Il 9 settembre 1651 l'Oratorio dei Fiaschi è visitato dal Monsignore G. Fontana, il quale ne ricava una descrizione leggermente migliore rispetto alla precedente: intitolato all'Ephiphaniae ha pareti dipinte, un porticato in facciata, ma la campana è ancora esterna e gli arredi sacri sono ancora ridotti a poco più dell'essenziale. Il cappellano don Andrea vive di una rendita di 20 scudi annui ricavata dall'affitto di territori donati da Galeazzo Fiaschi. Don Andrea celebra regolarmente nei giorni festivi. E' solo nel 1699, con la visita di Monsignore Paolucci, che l'Oratorio si mostra del tutto rinnovato: dedicato a San Giuseppe Sposo di Maria, possiede una sagrestia e tre altari. Nel 1713, appena 14 anni dopo l'ultima ispezione, Monsignore Togni visita un grande e nuovo Oratorio, "recenter erectum a fundamentis", ovverosia recentemente eretto dalle fondamenta( quindi il precedente fu completamente demolito). Questo ha: una sagrestia, un coro, un battistero e tre altari non ancora completati. Monsignore Ruffo nel 1727 visita ancora la Chiesa di San Giuseppe e aggiunge alla descrizione precedente che gli altari sono stati rifiniti e che vi si trova anche una nuova cappella (alla quale si accede dall'abside) e il cimitero al lato nord. Il decreto ufficiale che crea la nuova parrocchia è firmato il 10 novembre 1734 dal Cardinale T. Ruffo, il quale con la bolla del 20 successivo delinea i confini gaibesi con territori sottratti a Ravalle, Stienta e Ficarolo: è nata Gaiba. Il compleanno del nostro comune deve essere fatto risalire proprio alla data del 20 novembre 1734. All'interno della Chiesa si conservano tutt'oggi in ottimo stato, un coro ligneo e un confessionale con pulpito (opere di Dalbuoni, artigiano locale).

I Marchesi Fiaschi, in oltre duecento anni di dominio su Gaiba, hanno donato, a partire dal 1574 e successive elargizioni quella chiesa che riunirà tutti i borghi storici nati prima del nucleo centrale, e facendo della piazza del paese praticamente l'ultimo nato tra gli insediamenti del comune. Ricapitolando: Gaiba ha costruito il proprio centro per unificare in un'unica identità comunale tutti i villaggi ad esso preesistenti, al contrario di quanto invece è successo nella stragrande maggioranza dei paesi polesani, che si sono sviluppati dal centro alla periferia.

PIAZZA SAN GIUSEPPE

Le case erette attorno alla piazza dell'Oratorio Fiaschi hanno, presumibilmente, un origine nel XVII sec., e si presentavano, allora con una fisionomia del tutto diversa da quella attuale. Erano infatti porticate in facciata e riprendevano architettonicamente la piazza di Ficarolo, che rimane ancor oggi per un intero lato munita di portici con archi a tutto sesto. Nella piazza gaibese rimangono ancora a testimonire l'antica bellezza del centro i quattro volti che costituiscono la superstite facciata di una antica casa, addossata alla Canonica.

Due grassissime finestre in stile veneziano restano unica memoria di una presunta sequenza di stile nei tre lati della piazza. All'interno di alcune case sul lato sud rimangono testimonianza degli antichi archi nella muratura. I volti della piazza di Gaiba sono rimasti integri fino all'inizio del 1900, poi furono inglobati nei muri esterni delle case per far guadagnare altro spazio all'abitazione.

Gaiba continua a crescere sia dal punto di vista demografico sai dall'edilizio, allargandosi in direzione sud-ovest con le vie Giovecca e Sabbioni. Nel frattempo scompariva l'abitato delle Caselle e il Monastero venne abbandonato dagli ultimi frati all'inizio del 1800.

Martedì, 08 Giugno 2010 10:29

Villa Fiaschi e Cappella di Sant'Anna

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Il nucleo centrale di Gaiba deve la propria origine all'arrivo dei Marchesi Fiaschi, che costruirono una possente villa sulle fondamenta della grande casa rurale dei predecessori marchesi Seracco. Questi ultimi ebbero territori in Gaiba per pochissimo tempo, ma sufficiente per lasciare il loro nome ad identificare "saracca" le terra che fu di loro proprietà, situata tra Via Giovecca e Via Vegri. Sullo scolo Canalazzo, tra Vegri e Tommaselle nel 1500 fu edificata la Villa rustica dei Seracco.

I Fiaschi al loro arrivo demolirono la villa e ne costruirono una nuova secondo canoni di architettura più "signorili". Nel 1669, secondo una descrizione dell'epoca, la villa Fiaschi possiede già la fisionomia attuale, anche se mostra una decorazione frontale al centro della coperrtura che oggi non c'è più.Nel 1790 viene costruita la Cappella, in stile barocco dedicata a Sant'Anna, attuale patrona di Gaiba, l'Oratorio conserva una preziosa pala d'altare rappresentante la Santa bambina con la famiglia ed è opera di G. Cignaroli, pittore veronese morto nel 1770. Purtroppo da più di dieci anni la chiesetta, un gioiellino dell'arte barocca, è pericolante e necessita di ingenti quanto urgenti restauri. Le statue, che ornano ancora i pilastri della cinta, sono anteriori al 1790 e anch'essi abbisognano di restauro.

I Fiaschi si aprirono una strada verso il fiume costruendo la via che porta ancora il loro nome, per scopi agricoli continuarono a servirsi anche dell'antichissima strada che conduce al Monastero delle Caselle. Via San Lorenzo e via Fiaschi (oggi il primo tratto di quest'ultima si chiama via Roma) cominciavano in un'unica strada che partiva in corrispondenza del cancello centrale della mura attorno alla villa poi superava il ponticello sullo scolo Canalazzo e subito si divideva a V: un braccio si dirigeva perpendicolarmente alla Villa verso il Po, l'altro portava alle Caselle. Sopra queste due strade si espanderà Gaiba moderna: la piazza centrale con la chiesa di San Giuseppe si aprirà mettendo in comunicazione le due vie, dallo slargo della piazza in direzione ovest nascerà via Sabbioni da dove via Fiaschi verso via Vegri si diramerà via Giovecca.

Martedì, 08 Giugno 2010 10:20

Tommaselle

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E fu così che terzo in ordine cronologico sorse il nucleo che fu chiamato Tommaselle, in onore di San Tommaso d'Aquino, al quale nel XVII sec. Fu dedicato l'Oratorio privato dei Marchesi Sarti. La chiesetta ancor oggi rappresenta il luogo di aggregazione della comunità gaibese ivi residente. Il borgo nasce sulle rive dello scolo Canalazzo, un antico ramo del Po che si staccava a Ficarolo e proseguiva verso nord-est. Naturalmente il villaggio è di almeno un secolo più antico rispetto all'Oratorio, e molto probabilmente le prime case di contadini furono erette nel 1500. I marchesi Sarti, dal XVI sec. Proprietari di molti territori della zona, fecero erigere un piccolo Oratorio privato dedicato a San Tommaso e alla Beata Vergine dell'Assunta. Nel 1734 l'Oratorio assunse addirittura il titolo di Curaria, cioè di piccola parrocchia dipendente dall'Arcipretale di Ficarolo, per interessamento della famiglia Barberini forse residente nel borgo. Tuttavia la Curaria di Tommaselle ebbe vita breve: infatti nel 1738 venne consacrato parrocchia l'Oratorio privato dei Marchesi Fiaschi, di nuova costruzione, situato in una zona più centrale: l'attuale Chiesa Arcipretale di San Giuseppe. L'Oratorio delle Tommaselle è ancora aperto al culto e vi si celebra a richiesta e a cadenza settimanale nel periodo estivo. Il campanile dell'Oratorio manca della punta nella guglia, forse in seguito ad un bombardamento nella I° guerra mondiale. Alcuni anziani del paese asseriscono invece, che le croce originale cadde insieme alla guglia a causa di un fulmine alla fine del 1800 durante uno spaventoso temporale. All'interno dell'Oratorio si conserva tutt'oggi un antico altare ligneo dorato e policromato della Scuola Ferrarese del 1500.

Martedì, 08 Giugno 2010 10:15

Il Bonello

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La rotta di Ficarolo, creando il nuovo corso del Po che fu chiamato Po di Venezia, passando attraverso nuove terre geologicamente più giovani, formò nuove isole, la più importante delle quali nella nostra zona è Bonello oggi unita alla terra ferma. Fin dalla sua formazione Bonello fu presa sotto il controllo del villaggio di Ravalle, situato sulla riva opposta del Po, il quale ne sfruttava il terreno particolarmente fertile grazie al limo naturale depositato dal fiume nelle due piene annuali. Il nome di Bonello resta di difficile attribuzione etimologica. Lo studioso ficarolese Ravelli ne fa risalire l'origine alla presenza in loco di rivenditori di pesci detti Bolonae, mentre altre testimonianze ne rimandano l'etimo allo stabilirsi di famiglie di coloni di origine bolognese. Molto più semplicemente, è probabile che Bonello sia un nome derivato dalla radice latina Bon - e da Liticus, "terreno", che in questo caso stava ad indicare la particolare condizione di fertilità dell'isola rispetto alla insalubrità delle zone circostanti. All'inizio del 1600, Bonello era un'isola popolata e bonificata, dipendente dalla parrocchia di Ravalle, ma in lento avvicinamento alla riva sinistra del Po ( e di conseguenza in allontanamento progressivo dalla riva destra).

Nel 1650 circa, in seguito alle continue richieste da parte degli abitanti per ottenere la cura di un parroco residente sull'isola(perché durante i periodi di piena si trovava anche per mesi privati delle funzioni religiose), il Vescovo di Ferrara Cardinale Magalotti, autorizzò l'edificazione dell'Oratorio dedicato a San Carlo Borromeo. Questa chiesetta fu costruita sopra un piccolo terreno offerto da un possidente locale, Bartolomeo Tosi, era provvista di campanile a tetto scoperto e dotata di una casa per il curato, un cappellano residente. Accanto all'Oratorio fu creato successivamente un piccolo cimitero.

Nel 1800 l'opera dell'uomo accelerò la natura e grazie a grandiosi lavori di bonifica l'isola fu legata definitivamente alla terraferma. Attualmente Bonello divenuta a tutti gli effetti "golena" - intendendo con il termine un terreno compreso entro gli argini del fiume, invaso dalle acque nei periodi di piena - è per la maggior parte della sua estensione sotto la giurisdizione di Gaiba, la restante parte è sotto quella di Stienta. Durante la prima metà del XV sec. Il territorio altopolesano fu, purtroppo, teatro di aspre battaglie tra le famiglie dei Gonzaga, degli Estensi e di Venezia, in continua lotta tra loro. Le guerre sviluppatesi non risparmiarono alla nostra terra le umiliazioni più profonde, sia a livello politico (passando prima sotto i Gonzaga, poi sotto Venezia e nel 1438 ancora sotto gli Estensi) che economico, in quanto per fermare le truppe nemiche gli eserciti in lotta ricorsero persino al taglio degli argini dell'Adige (rotta di Castagnaro del 1438) e alla Malopera.

Alla fine 1400 gli Estensi cercarono di rendere più stabile il loro dominio sulla transpadana, sia dal punto di vista economico che militare, iniziando una campagna di infeudazione di molti territori, attraverso l'investitura terriera nei confronti di famiglie di noblie stirpe dell'entourage estense. Furono investiti i nobili Vegri di vasti territori in Ficarolo ( e il loro casato resta testimoniato dal toponimo di Via Vegri), i Sarti alle Tommaselle, e i Surchi nel territorio che prese il nome Surchio, i Seracco e quindi i Fiaschi nella vasta area sulle quale, in seguito, sorse l'omonima villa, ora Stampanoni. Il territorio dei Conti Fiaschi si estendeva fino all'argine maestro del Po, in confine alle Caselle. Queste famiglie nobili, marchesi e conti avevano il compito di "sfamare" le truppe stabili disposte nelle varie roccaforti, teste di ponte militari, messe a guardia per garantire la sicurezza del territorio transpadano, sempre desiderato dai veneziani. Il gravoso compito alimentare richiese perciò un cospicuo utilizzo di manodopera agricola( e fortunatamente la zona non mancava di lavoranti e braccianti), quindi il forte bisogno determinò un nuovo rifiorire dell'economia rurale, fino ad allora disastrata dai lunghi periodi bellici. Molte zone inselvatichite in seguito alle guerre ed alle inondazioni ad esse succedute furono bonificate e rese di nuovo fertili. Gli Estensi ricompensarono le famiglie investite decidendo la liberalizzazione dal vincolo del "dazio e gabella" nei commerci tra i vari feudi ferraresi.

Martedì, 08 Giugno 2010 10:05

Le caselle

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Il primo nucleo di Gaiba è sorto attorno al Monastero di San Lorenzo: le Caselle.

Sono infatti i frati Benedettini che si incaricano della bonifica di queste terre, attorno al XI sec., mandati dalle Abbazie più grandi (come quelle di Pomposa e Nonantola) a ricavare fertilità e ricchezza dalla palude più profonda e povera. Le vestigia dell'antichissimo centro religioso restano ancora imponenti, pur nel loro impietoso degrado, addossate all'argine maestro nella località che detiene ancora il none di Caselle, ma che del centro abitato di allora non conserva più nulla.

E' quindi evidente che il Monastero Benedettino di Caselle è stato fondato almeno un secolo prima della rotta di Ficarolo: fu eretto presumibilmente su un polesine di ampio raggio, controllava un territorio sicuramente vasto ed abbastanza alto rispetto alla palude circostante tanto da poter divenire un vero e proprio "quartier generale" della prima bonificazione che il territorio gaibese abbia mai conosciuto nella sua storia.

Nel 1151 avviene la rotta di Ficarolo: il nuovo corso si inserisce proprio nel mezzo dell'isola sulla quale stava il Monastero, e a tutt'oggi scorre a pochi metri dalle storiche mure del convento Benedettino (imbrigliato, però da un poderoso argine!). Si lasci al lettore immaginare gli anni seguenti la catastrofica rotta: più di due secoli di paziente e intenso lavoro di risanamento cancellati in un batter d'occhio e di nuovo tanta fatica da impiegare. Solo la grande perizia dei monaci Benedettini e la loro grande devozione religiosa riuscirono a mettere di nuovo in sesto la regione sconquassata dalla calamità dell'alluvione. I frati lavorarono queste terre ancora per qualche secolo, almeno fino al 1700, dopo aver subito numerose traversie e passaggi di mano. Infatti, i territori rivieraschi al Po furono sempre contesi tra Venezia e Ferrara, e il Monastero di San Lorenzo, alle Caselle passò sotto la Giurisdizione prima dell'Abbazia di Pomposa fino al 1476, poi passò ai Benedettini di Padova fino al 1778, per interessamento dei Duchi Ercole ed Eleonora d'Este. Il Grande umanista Guarino Guarini, nel descrivere il monastero di San Lorenzo, raccontò anche di un episodio, probabilmente più leggendario che veritiero, il quale volle ospite dei frati Benedettini di Caselle l'Imperatore Ottone II il sanguinario nell'anno 973, in uno dei suoi impegni di riconquista dell'Italia Meridionale all'epoca occupata dai bizantini. Già nel 1574 si legge, in un atto di descrizione dei fondi estensi, che la corte Benedettina versava in pessime condizioni per quanto riguardava la costruzione in muratura, e che anche il numero dei frati impiegati si era notevolmente ridotto. Dopo la restaurazione seguita alla rivoluzione francese e alle calate napoleoniche, scacciati gli ultimi frati, il possedimento fu messo all'asta e acquistato da privati, e oggi, ciò che ne resta, si mostra imponente fantasma del suo antico e perduto splendore.

All'interno del vasto fabbricato sono conservate preziosissime colonne di puro marmo di Carrara, ancora intatte dopo tanti secoli. L'attiguo oratorio di San Lorenzo era il luogo della comunicazione religiosa tra i frati e il popolo delle Caselle. Fu dedicato alla Madonna del Latte solo dal secolo scorso, in memoria di un miracolo che presumibilmente avvenne in soccorso di una madre che supplicò Maria di disporre di latte per il proprio figlio neonato morente. Una leggenda locale racconta di un misterioso tunnel sotterraneo che avrebbe collegato il Monastero di San Lorenzo al convento della Canova, in via Argine Valle e sarebbe stato utilizzato anche come luogo di sepoltura dei corpi dei frati defunti, un po' alla stregua di catacomba.

Martedì, 08 Giugno 2010 09:47

Cenni storici

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CENNI STORICI E TESTIMONIANZE ARTISTICHE

Il toponimo Gaiba deriverebbe dalla parola Gaybo dal significato di torrente, corso d'acqua, ma pure alveo di un fiume, in sostanza un nome derivato dall'acqua. L'antica "Viam de Gaiba" è ricordata per la prima volta in un documento dell'anno 1158, e poi nel 1175.

Gaiba costituisce tra i vari paesi della riviera del Po un esempio della notevole capacità organizzativa ed operativa degli abitanti che pur tra molte difficoltà dovute agli eventi naturali e all'uomo sono riusciti a costruire gradualmente un insieme di tradizioni e di valori ancor oggi significativo e meritevole di attenzione.
La storia antica di Gaiba, le cui prime testimonianze risalgono all'alto medioevo, è legata soprattutto al Monastero di San Lorenzo alle Caselle ove la tradizione colloca un incontro nel 973 tra papa Benedetto VI e l'imperatore di Germania Ottone II. Al di là di illustri presenze il Monastero si distinse per la vita religiosa e per l'accoglieza ai viandanti.

Nei secoli XIV-XVII troviamo testimonianze di vaste possessioni di famiglie ferraresi alcune delle quali comprendevano accanto alla corte padronale la cappella gentilizia.
La presenza di diversi monasteri, chiese ed oratori nell'are di Gaiba, Caselle, Bonello e Tommaselle non impedisce agli abitanti l'istituzione di una parrocchia in Gaiba ove la comunità si ritova liberamente e dove esprime nella vita pastorale, nelle confraternite e addirittura in istituzioni organizzate, come il Monte Frumentario, il dinamismo e la capacità gestionale.

Nella chiesa parrocchiale, dedicata a San Giuseppe, che risale al secolo XVIII si conservano pregievoli opere di scuola ferrarese ed alcuni lavori di esperti artigiani locali.
Di interesse è pure la villa Stampanoni che risale agli ultimi anni del secolo XVII accanto al quale sorge l'oratorio di Sant'Anna che conserva una bella tela del Cignaroli.
Sul Po si trovano i resti della chiesa di San Carlo, quasi una sentinella del centro abitato sul fiume che qui delimita un'ampia e suggestiva golena. Nel tempio, eretto a protezione delle inondazioni e per l'accoglienza ai viandanti, la tradizione vuole abbia sostato San Carlo Borromeo nel suo viaggio lungo il Po.

Infine a Tommaselle vi è un piccolo oratorio dedicato a San Tommaso esistente già nel secolo XVII.
Tra gli abitanti illustri di Gaiba gli storici ricordano il letterato Lodovico Casella, originario appunto della località Caselle, che operò come consigliere e come diplomatico alla corte di Borso d'Este nel secolo XV e si distinse per cultura ed attività letteraria.
Pur avendo un numero limitato di abitanti Gaiba possiede una buona biblioteca con più di 4000 opere, regolarmente aperta al pubblico, riferimento per i gruppi di interesse artistico e storico della località e motivo di raccordo con gli altri del Polesine e del Ferrarese

CENNI DI STORIA CONTEMPORANEA

Ripercorrendo la storia contemporanea, la realtà di Gaiba si inserisce nel contesto comune a tutte le popolazioni Polesane ed in particolare della fascia rivierasca del Fiume Po.

Agli inizi del '900, in un cintesto sociale quasi esclusivamente agricolo, la popolazione viveva in condizioni di estrema povertà. La grande guerra del '15 e '18, le rovinose e umilianti vicende del ventennio fascista culminate con lo scoppio della 2ª Guerra Mondiale, hanno contribuito ulteriormente ad aggravare le sofferenze umane e sociali della gente.
L'avvento della democrazia e la conseguente costituzione delle rappresentanze istituzionali, in particolare quelle locali, avviarono l'opera di ricostruzione socio economica.
Gaiba, insieme a tanti altri Comuni del Polesine, già duramente colpiti dalle vicende della guerra, dovette sopportare un'ulteriore catastrofe; con la rottura degli argini del Po a Occhiobello (Novembre 1951), gran parte del territorio del paese fu sommerso dalle acque.

 

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Rotta di Occhiobello (15 novembre 1951 ore 8)
Fotografia del Genio Civile di Ferrara.

 

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Giorni della Liberazione
Aprile 1945

 

 

 

 

 

 

Negli anni che seguirono e per due decenni, Gaiba subì una forte emigrazione. Circa 800 persone (quasi il 40% della popolazione) abbandonarono il paese per cercare lavoro e assicurare così a se stessi e alle proprie famiglie un futuro più decoroso.
Ma nonostante le grandi difficoltà e sia pure a prezzo di innumerevoli sacrifici, il paese ha saputo pian piano risollevarsi , grazie all'impegno e alla dedizione sia della popolazione rimasta e dei suoi amministratori, sia dei compaesani emigrati, mai dimentichi della loro origine.
Negli anni '70 e successivi Gaiba ha avuto un notevole sviluppo urbanistico ed economico. La nascita di molte realtà artigiane, il rinnovato comparto agricolo con la presenza di numerose aziende coltivatrici dirette, l'insediamento di alcune attività industriali significative, hanno portatao il paese ad un buon livello socio-economico.
Gaiba oggi rappresenta una bella e operosa realtà comunitaria; un piccolo centro dove però si vive bene, con un alto livello di servizi sociali.

piazzaChi vorrà visitare oggi il nostro territorio, troverà un paese completamente rinnovato, un "autentico piccolo salotto urbano". Molteplici sono le manifestazioni culturali e folkloristiche che si svolgono durante l'anno; in particolare da segnalare la Fiera di S. Anna (fine Luglio), nell'ambito della quale si svolge l'ormai tradizionale Palio delle Contrade, con sfilate in costumi d'epoca e giochi d'abilità, manifestazione nella quale presente e passato si fondono mirabilmente nel rivivere la semplicità e la bellezza delle più autentiche tradizioni della nostra antica realtà contadina.


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